April 1, 2026
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Non voglio

  • March 9, 2026
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Non voglio

Ho già tutto sulle mie spalle! Quanto ancora devo sopportare? sbottò Alessia, il volto contratto dalla stanchezza e dallindignazione.

Suo marito non rispose. Come sempre, preferiva seppellire la testa sotto la sabbia nella speranza che i problemi si risolvessero da soli. Ma non succedeva mai: era sempre Alessia a metterci una pezza. Lavorava da casa come grafica freelance, muovendosi tra progetti e scadenze con una determinazione che le aveva permesso, nel tempo, di alzare molto il suo compensoormai guadagnava ben più di Matteo, suo marito. Con i suoi soldi avevano pagato il finanziamento dellauto, le vacanze in Sicilia, gli elettrodomestici e persino i vestiti più belli per tutta la famiglia.

Poi era arrivato il congedo di maternità. Alessia, senza mai rallentare del tutto, aveva portato avanti la gravidanza e dato alla luce il figlio. Era esausta, lo ammetteva, ma non voleva perdere quellindipendenza economica tanto sudata.

Quando il piccolo Lorenzo era andato al nidoun asilo privato scelto con ogni cura, perché per suo figlio voleva solo il meglioAlessia si era buttata sul lavoro con rinnovato slancio. A quel punto, però, bisognava pagare anche il nido, ma Matteo si affidava ciecamente a lei per ogni decisione.

Vivevano in un vecchio appartamento in centro a Firenze, ereditato da Alessia dalla sua nonna. Matteo non aveva niente di suo; quando si erano sposati, viveva ancora con sua madre, la signora Valentina e la nipote Martina, rimasta orfana la figlia di sua sorella maggiore, Carla, scomparsa da anni. Questa tragedia aveva minato profondamente dallinterno la signora Valentina, peggiorandole la salute e alzandole la pressione a livelli preoccupanti.

Al tempo delle nozze, Martina era già alluniversità e conduceva una vita tutta sua: usciva con le amiche, viaggiava, aveva i suoi fidanzati e non si faceva mai mancare nulla, trascurando però la casa.

Quando Valentina aveva qualche problemae ne aveva sempresi rivolgeva ad Alessia, perché dagli altri non veniva mai niente. Eppure, a Martina la nonna pagava ogni capriccio: era pur sempre una povera orfana, nata da una situazione complicata della quale Valentina non amava mai parlare.

Andava tutto avanti così, in equilibrio precario, finché Valentina non fu ricoverata durgenza allospedale Careggi per una crisi ipertensiva. Ne uscì dopo tre settimane, ma restava costretta a letto e i medici non diedero alcuna speranza certa.

Matteo, come prevedibile, lasciò che fosse Alessia a gestire tutto. Tu sei più brava in queste cose, si giustificava allargando le braccia. In quali cose? chiese Alessia, incredula. Ma… le cure, le attenzioni ai malati, la riabilitazione… balbettò lui confuso, grattandosi la testa. Io sono una designer, non uninfermiera! sospirò lei, trattenendo la rabbia. Va bene. Andrò a sentire cosa dice il dottore.

Tra Alessia e la suocera cera un fragile armistizio dopo anni di tensioni. Non erano daccordo su nulla, ma si sopportavano per educazione e per il bene di Matteo, che non aveva mai brillato per iniziativaanzi, la vera fonte di reddito veniva dalla nuora.

Valentina vedeva poco il nipotino Lorenzo; aveva sempre qualche disturbo o crisi proprio quando cera bisogno che stesse qualche ora con lui. Su di lei, Alessia non poteva contare. Ora però tutti si aspettavano il suo aiuto: fu lei a prendere Valentina dallospedale e portarla nella casa della suocera, perché tanto lavori da casa, puoi assentarti quando vuoi, mentre Matteo non può chiedere permessi al lavoro.

 

 

Decisero quindi che la famiglia si sarebbe trasferita da Valentinaalmeno temporaneamente. Fu un inferno: in tre settimane Alessia dimagrì tanto da sembrare unombra. Lavorava, curava la suocera, cucinava minestre leggere e frullati di verdure, imboccava e lavava Valentina.

Martina, ladorata nipote, sgusciava via silenziosa nella sua stanza per non essere chiamata ad aiutare; la mattina alluniversità, la sera in giro; la sua vita non si fermava certo per una nonna.

Anche Matteo aiutava poco: È tua madre, puoi darle una mano? Da sola non ce la faccio! supplicava Alessia. Ma lui, come sempre, sfuggiva: Sono cose da donne, io sono andato a fare la spesa, cosa vuoi di più?

Intanto Valentina peggiorava; lamentosa, irascibile, riversava su Alessia accuse e rimproveri che la giovane non aveva mai sentito prima. In quelle settimane scoprì di essere, secondo la suocera, semplicemente fortunata: Guarda che fortuna hai avuto tu! Una laurea, lavoro da casa, soldi che piovono! E invece Matteo, poverino, non ne ha mai avuta una. Gli sono sempre capitati insegnanti pessimi, non è riuscito alluniversità per sfortuna io per lui ho pure fatto un mutuo per gli studi, ma niente, sempre uno sforzo. Tutta colpa della scuola! Fortunatamente Martina si è iscritta con la borsa di studio, una benedizione!

Ascoltando per lennesima volta queste lamentele, Alessia capì che non poteva più continuare così. Tutti bravitranne lei. Lei che aveva solo fortuna.

Allora assoldiamo una badante e torniamo a casa nostra, propose ad un certo punto ad un gelido Matteo. Una badante? Ma costa troppo… mica posso permettermelo… Se ti serve, assoldala tu, ma paga tu.

Cera sempre stato questo accordo: lui pagava le bollette e il minimo di spesa, Alessia tutto il resto. Quindi la badante toccava comunque a leiera chiaro come il sole, e questo le bruciava dentro. Sembra che io sia obbligata a fare tutto, eh? Ma nessuno si rende conto che anchio voglio vivere? Sono diventata un fantasma e non importa a nessuno…

Quando arrivò il limite, Alessia prese una decisione. Un giorno disse a Valentina che usciva a fare la spesa, raccolse al volo Lorenzo allasilo e tornò nel loro appartamento di Firenze.

Che sollievosdraiata sul suo letto matrimoniale, fissando il soffitto, si sentiva finalmente libera. Casa mia… non voglio nulla. Solo riposare. Sono distrutta

Chiamò Lorenzo a cena; mangiavano insieme e pensava che, in casa della suocera, di sicuro si erano già accorti della sua assenza. Ma non aveva abbandonato Valentina al suo destino: laveva nutrita, sistemata e dopo poco sarebbe rientrato Matteo dal lavoro. A lui Alessia lasciò una lettera: spiegava che non ce la faceva più e che se ne andava. Augurava a Valentina pronta guarigione e le chiedeva di non serbare rancore.

Poi Alessia spense il telefono.

Matteo arrivò quella stessa sera: Alessia non lo fece entrare, parlarono dalla porta socchiusa. Nessuna domanda su Alessia o sul bambino. Nessuna dichiarazione damore. Il suo unico interesse era come avrebbe fatto senza di lei.

Ti consiglio di assumere una badante vera, il lavoro di un professionista vale più di mille sacrifici, gli suggerì Alessia con uno sguardo fermo. E…presenterò richiesta di separazione. Non voglio più essere il mulo di tutti. Addio.

Matteo andò via a mani vuote. Alessia riaccese il telefono più tardiper lavoro, in caso di chiamate importanti.

La signora Valentina la cercò a lungo, piangendo e supplicandola di tornare, chiese scusa per le parole dette. Ma la voce conservava una nota di superiorità, come a voler ordinare: su, sbrigati a perdonarci e riprendi il tuo posto.

Alessia spiegò, senza cedere, che non era obbligata verso nessuno. Che Valentina aveva un figlio e anche una nipote in gamba, che era il loro turno di aiutare chi li aveva cresciuti.

La suocera le riattaccò il telefono in faccia.

Il divorzio arrivò presto.

Così, inaspettatamente, Alessia si trovò sola. E si accorse che niente era cambiato: continuava a cavarsela da sola, ma con meno pesi addosso. Era grata a quelloccasione che le aveva aperto gli occhi.

Valentina migliorò, grazie a una brava badantecompetente nelle cure e nella ginnastica di riabilitazione. Matteo, incredibilmente, trovò subito un secondo lavoro (Allora poteva farlo! pensava amara Alessia, dopo aver saputo da Martina, incontrata per caso.) Martina aiutò più di tutti: cucinava, puliva, accudiva la nonna come mai prima.

Alla fine, tutto trovò un suo equilibrio.

Tutto sommato, forse è stato meglio così, rifletteva Alessia, lavorando una sera tardi al computer. Liberarmi di loro mi ha fatto solo bene. E in futuro… sarò più saggia.Chiuse il portatile, si stiracchiò e si concesse finalmente un sorriso. Lorenzo dormiva sereno nella cameretta. Fu in quel silenzio che Alessia sentì qualcosa di nuovo: la propria voce che le sussurrava ce lhai fatta. Aveva superato tempeste, aspettative mai sue, il giudizio di chi non vedeva. Ora la casa, benché piccola e imperfetta, era solo loro. Nessun lamento, nessuna richiesta impossibile: solo il battito del suo cuore e quello di Lorenzo, regolari, sicuri.

Prese in mano un foglio bianco e una matita. Iniziò a disegnare: linee leggere, forme che venivano dal cuore e non da commissioni altrui. Scoprì di non aver paura del futuro. Forse non sarebbe stato tutto facile, ma almeno era suo da inventare. Finito il disegno, lo appese al muro accanto alla porta: una donna che cammina avanti, col vento tra i capelli e un bambino che le corre accanto.

Sorrise guardandolo. Quella era Alessia. Quella era la sua nuova vita. E, quella sera, sentì che davvero finalmente non avrebbe più dovuto chiedere permesso a nessuno per essere felice.

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