Parte 2: L’ULTIMO NASTRO
“Se dovessi morire, datelo a…”
La voce della madre si interruppe bruscamente, sostituita da una risata roca e gelida che echeggiò dal lettore di cassette: la voce stessa dell’amministratore delegato: “Sei vecchia, mamma. Dovresti andartene presto così potrò finalmente godermi questo”. Nella sala calò un silenzio atterrito. Non era solo un messaggio della madre; il ragazzo aveva in mano una registrazione diretta del piano omicida.
Accecato dalla rabbia, l’amministratore delegato si avventò sul ragazzo, afferrandolo per la gola: “Chi sei?! Quel bambino è morto nell’incendio! Ho chiuso io stesso la porta a chiave!”
Il ragazzo non oppose resistenza. Si limitò a sorridere freddamente. Improvvisamente, le mani dell’amministratore delegato si immobilizzarono. Abbassò lo sguardo sui palmi, poi lo alzò verso la pelle del ragazzo. Lo sporco sul viso del ragazzo iniziò a staccarsi, rivelando profonde e frastagliate cicatrici da ustione.
“Non ti ricordi di questo sorriso, fratello?”
Il ragazzo tirò fuori dalla tasca un accendino d’oro massiccio, proprio quello usato per appiccare il fuoco 10 anni prima. Lo aprì con un clic. *Click* Una piccola fiamma danzò tra di loro.
“La mamma non è morta per la medicina, fratello. È morta di crepacuore. Sapeva tutto, eppure ha scelto di bere quel veleno solo per darmi la possibilità di vivere… nella fornace.”
In quell’istante, i grandi lampadari tremolarono e si spensero. Sui giganteschi schermi a LED, l’elenco degli azionisti della società iniziò a scorrere rapidamente. Ogni numero svanì.
0%. 0%. 0%. Il nome del proprietario lampeggiava con un unico titolo: “IL SOPRAVVISSUTO”.
Le porte della sala da ballo si spalancarono. Le persone che entrarono non erano poliziotti, bensì avvocati che rappresentavano la banca centrale e i creditori.
“Signore, il sequestro dei beni ha effetto immediato. Non possiede più nemmeno l’abito che indossa.”
L’amministratore delegato barcollò, afferrando una bottiglia di vino da un milione di dollari per berla come un pazzo, ma un ospite – lo stesso che lo stava adulando pochi istanti prima – gliela strappò di mano, facendolo cadere rovinosamente sul mucchio di vetri rotti.
Il ragazzo si avvicinò, chinandosi per sussurrare le ultime parole all’orecchio del fratello:
“La mamma ha detto… dammelo.”
Mise una piccola bottiglia nella mano tremante dell’amministratore delegato. Lo stesso veleno di 10 anni prima.
“La polizia ti aspetta fuori. Puoi finire in prigione ed essere tormentato per tutta la vita, oppure puoi bere questo e conservare un briciolo di dignità, proprio come ha fatto la mamma.”
Il ragazzo si voltò, camminando tra due file di ospiti che chinavano il capo in un silenzio vergognoso. Il vecchio registratore a cassette che teneva in mano riproduceva l’ultima, fatale frase della madre:
“…Dallo al mio figlio più piccolo, così che sappia… di non dover mai diventare come suo fratello.”
L’amministratore delegato guardò la bottiglia, poi la magnifica sala da gala che era diventata la tomba della sua eredità. Le sirene della polizia ululavano fuori, le luci rosse e blu si accendevano come una condanna a morte.
Aprì il tappo, con le mani che tremavano violentemente.
Fine.